LOMBARDIA, VOLTA MANTOVANA

Una goccia cade increspando la superficie dell’acqua e quelle parole, dipinte sul fondo della vasca, appaiono tremule e poco chiare.

La campana ha appena finito di battere i rintocchi per annunciare il mezzodì, con quasi venti minuti di ritardo. “La campana suona al mezzogiorno del luogo, quando il sole è esattamente al meridiano” mi dice Giovanni.

Mi sporgo, avvicinandomi al fondo della vasca fino a leggere la scritta: Il tuo volto Signore io cerco. “Le verità sono spesso nascoste” mi spiega Giovanni “dobbiamo usare il pensiero per andare in profondità. La goccia che cade e increspa l’acqua rappresenta la speranza che non muore mai”.

Quell’intimo oratorio campestre, in località Bezzetti, a Volta Mantovana, è un luogo di forte devozione e il vescovo di Mantova che lo aveva benedetto nell’anno giubilare, monsignor Egidio Caporello, si recava spesso a pregare per ritrovare se stesso. Lo aveva confidato a Giovanni: l’architetto Giovanni Zandonella Maiucco, che quella piccola chiesa, dedicata alla Madonna del Carmine, l’ha progettata e costruita con l’aiuto e l’entusiasmo di tutti gli abitanti del borgo. Giovanni è convinto che l’architettura non siano i muri, ma lo spazio che questi raccolgono e, in quello spazio, attraverso la luce e il silenzio, ci si avvicini all’Altissimo. 

Tutto è nato dalla spontaneità della gente, nel 1996, quando una comunità rurale, fatta dagli ultimi contadini che avevano vissuto quella terra da sempre, ha deciso di costruire un oratorio nuovo.

La chiesa e il campanile sono disegnati nel rispetto di una rigida geometria, partendo dal ritmo ternario. Accanto, un cipresso, che si innalza nella sua verticalità, è una delle piante del “Giardino dell’Eden”, un progetto che prevede la messa a dimora di tutti gli alberi citati nella Bibbia, affiancati dai brani in cui vengono menzionati. Sotto il cipresso trova riparo un’edicola della Via Crucis, disegnata da Giovanni e che sviluppa le sue forme dal cubito ebraico: la croce, il lumino e uno spazio per nascondere e scambiarsi le cose, come facevano i suoi nonni, che si scrivevano le lettere d’amore e le mettevano in un buco di un gelso. Al centro, una bellissima formella, realizzata da un abitante del posto.

“Era andato in pensione”, mi racconta Giovanni “di mestiere faceva il meccanico e il collaudatore di marmitte. Durante una messa, gli avevo confidato che mi sarebbe piaciuto trovare un artista per realizzare le formelle, ma la comunità non aveva più fondi. Lui non mi ha detto nulla e un giorno mi ha portato le quattordici formelle della Via Crucis che aveva scolpito per noi”.

Accanto a ogni edicola, oltre all’albero e ai fiori spontanei, un masso erratico racconta la storia geologica del territorio: una zona morenica, in cui le glaciazioni hanno determinato il trasporto di grandi massi provenienti dall’area trentina, dal veronese e dal bresciano. Il masso serve al pellegrino per sedersi e per mangiare, in ogni stagione, i frutti del Giardino dell’Eden e degli alberi da frutta che sono stati piantati.

Le iniziative del Giardino dell’Eden e della Via Crucis rimangono chiuse nei confini di quella piccola frazione, finché Giovanni decide di scrivere un libro per raccontare tutto quello che i “Cittadini Comunità Bezzetti” avevano realizzato: Una Via Crucis nel Cammino di fede e solidarietà, con un’introduzione redatta dal vescovo, alcune preghiere e i commenti delle stazioni, scritte da quattordici preti di paese.

Ed ecco che un giorno arriva l’idea di realizzare la quindicesima stazione, quella della Resurrezione. Per commentarla all’interno del libro era necessaria una persona autorevole. “Telefono al mio amico prete” mi racconta Giovanni. “Dove sei?” chiede all’amico. “Sono a Gerusalemme” gli risponde. “A Gerusalemme? Senti, fai scrivere il commento della Resurrezione a qualche prelato di lì!”. La richiesta, inizialmente non accolta come una buona idea, viene poi riportata al segretario del patriarca. 

Dopo due mesi, a Corte Bezzetti, arriva con tanto di sigillo, l’intervento scritto del patriarca di Gerusalemme da inserire nel libro, unitamente ai commenti degli altri preti.

La comunità è incredula e commossa. Come segno di ringraziamento, Giovanni pensa di regalare al patriarca una formella uguale a quella della quindicesima stazione. Poi decide di inviargli l’originale: “Il giorno di Pasqua, quando le donne sono andate al sepolcro, lo hanno trovato aperto e Cristo non c’era” mi spiega Giovanni. “Quando la gente passerà di qui e si fermerà davanti alla quindicesima stazione, la troverà vuota”.

Il patriarca scrive nel suo commento: “È un Mistero che la nostra mente non può comprendere né spiegare. Può essere solo accolto e custodito nel cuore, con fiducia e amore”.

Oggi la formella di Corte Bezzetti che rappresenta la Resurrezione è appesa fuori dal patriarcato di Gerusalemme, collegando così due mondi: quello calpestato da Cristo e l’altro, che ne ripercorre la memoria.

“Noi vediamo solo ciò che sappiamo” conclude Giovanni “pertanto chi passa da questi luoghi vedrà ciò che sa. Per tutto il resto deve affrontare l’impervio percorso della ricerca”.

Testo e foto ©Scilla Nascimbene

Pubblicato sul n.n.309 di Itinerari e Luoghi – Aprile 2023, all’interno del reportage IL CAMMINO DI FEDE E SOLIDARIETÀ, in collaborazione con Colline Moreniche del Garda

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