SICILIA, MODICA
Prima della scoperta della penicillina (1895), la sifilide non perdonava i peccatori della carne e li portava a morte certa dopo atroci agonie.
A Modica, però, quella malattia, trovò del filo da torcere.
Scendendo dal Duomo di San Giorgio lungo la Via Posterla, poco più in basso rispetto alla casa natale di Salvatore Quasimodo, una targa ricorda Tommaso Campailla (1668 – 1740) “filosofo, poeta e scienziato insigne”.
In quell’abitazione, oggi casa museo, il Campailla trascorse praticamente tutti i suoi giorni, tranne un breve periodo in gioventù. Dotato di un’intelligenza straordinaria, studiava da autodidatta, poiché non amava stare in mezzo alla gente, ma quando assistette al terremoto del 1693, fu pervaso dall’euforia.
Eccitato dal fatto che la terra si fosse mossa, iniziò a studiare i movimenti tellurici, anche provocando, in aperta campagna, delle esplosioni, che i poveri modicani, già devastati dalle disastrose scosse, erano costretti a sopportare. Fu uomo di lettere e filosofia, fisica e astronomia.
Scriveva poesie e le mandava ai potenti d’Europa. La sua fama si diffuse in Italia e all’estero, tanto da essere invitato, nel 1713, all’incoronazione a Re di Sicilia del Duca Vittorio Amedeo II di Savoia.
Un invito che non accettò, come la proposta della cattedra all’Università di Padova. Il filosofo George Berkeley, desideroso di conoscerlo, durante un suo viaggio in Italia dovette a recarsi a Modica, poiché il Campailla non si muoveva da lì. Viveva segregato in casa, si faceva passare il cibo attraverso una cesta e trascorreva le sue giornate in compagnia di insetti essiccati, animali sezionati, veleni di serpenti e pelli appese al muro. La sua abitazione – in cui la gente potè entrare solo quando Campailla morì – era in una condizione di totale sporcizia.
Eppure, quando quell’uomo era costretto a uscire dalla sua casa, per non appoggiare i piedi per terra, si faceva trasportare su una portantina. Un genio, senza alcun codice sociale e di salute cagionevole, fatto che lo indusse ad approfondire gli studi di medicina per potersi curare.
Le botti di Tommaso Campailla
Si distinse anche in quel campo, inventando delle botti (dette poi “botti del Campailla”) per la cura della sifilide, considerata il male del secolo e che colpiva soprattutto i ceti alti. La botte era una stufa con all’interno uno sgabello sul quale il paziente veniva fatto sedere. La cura consisteva nel versare, in un braciere che si trovava all’interno, una dose di cinabro da cui, per sublimazione, esalavano dei vapori di mercurio.
L’aggiunta di incenso all’interno della botte consentiva ai pazienti di respirare per circa dieci o venti minuti, a seconda dalla gravità, la miscela di mercurio e incenso, ottenendo guarigioni a volte anche definitive, che all’epoca venivano considerate quasi miracolose.
Campailla fece aprire un ospedale a Modica bassa riservato ai malati di sifilide. Per distinguere le due strutture, i modicani iniziarono a chiamare l’ospedale già esistente “degli onesti” e quello del Campailla “dei disonesti”, poiché la sifilide era trasmessa sessualmente tramite promiscuità.
I risultati delle cure erano talmente soddisfacenti che Modica acquisì notorietà in tutta Europa proprio per le botti del
Campailla, che oggi si possono vedere durante un percorso museale all’interno dell’antico ospedale.
Campailla morì di ictus a 72 anni nella sua casa. Negli anni successivi le sue botti furono imitate sia in Italia che all’estero, ma con scarsi risultati.
Testo e foto ©Scilla Nascimbene
Pubblicato sul n.314 di Itinerari e Luoghi – Ottobre 2023, all’interno del reportage Torneranno le farfalle, in collaborazione con Viral Passport e Regione Siciliana
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