CALABRIA
“Io nasco dal mare come una sirena, perché nasco a Bagnara Calabra che è un paese di pescatori; si pesca il tonno e il pesce spada. Ho avuto bisogno di cercare me stessa e ho cominciato dalle mie origini […] Tornare in Calabria è come tornare da mia madre o da mio padre […] Le mie radici sono tutto per me, sono la mia sola sicurezza, l’unica cosa certa della mia vita”.
Mia Martini, detta Mimì, indimenticabile interprete della canzone d’autore italiana, raccontava di sé e del suo porto sicuro: Bagnara Calabra, un borgo lambito da spiagge finissime e grotte naturali.
Di fronte, lo Stretto di Messina divide la Calabria dalla terra siciliana: un passaggio temuto fin dai tempi antichi a causa della pericolosità nell’attraversarlo.
Al suo interno si muovono, infatti, le acque dello Ionio che, davanti a Scilla e a Cannitello, trovano quelle del Tirreno. I due mari si incontrano ma non si mescolano, poiché hanno densità, temperature e salinità diverse.
È il loro perenne dislivello a innescare le insidiose correnti: quando lo Ionio è in alta marea, il Tirreno si trova in bassa marea e viceversa. Tale differenza viene colmata gradualmente, attraverso enormi riversamenti d’acqua che per sei ore risalgono lo Stretto da sud verso nord, dando origine alla “corrente montante” e, dopo un’ora di “stanca”, lo attraversano in senso contrario, con la “corrente scendente”, che dura altre sei ore.
A causa della morfologia del fondale, profondo e angusto, questi flussi d’acqua, canalizzandosi, acquisiscono ulteriore forza, generando vere e proprie tempeste abissali che, in particolari condizioni meteorologiche, spingono le onde ad accavallarsi le une sulle altre, superando i tre metri di altezza. Durante questo perpetuo riflusso, i due mari si incontrano in uno spazio di marea di soli 20 cm, dando adito a correnti di oltre 6 nodi: come se scorresse un fiume nel mare.
Immaginiamoci, in epoca greca, le barche a remi che attraversavano lo Stretto e si trovavano, in assenza di vento, nel bel mezzo di bolle, schiuma e vortici, spostati dalle correnti contro la volontà dei marinai.
I Greci avevano intuito che il tutto era ritmato da una cadenza ma, non spiegandosi l’origine di quel fenomeno che rendeva la navigazione pericolosa, ricorsero al mito: Cariddi, un mostro che per tre volte inghiottiva l’acqua e per tre volte la sputava, spingendo le imbarcazioni verso la costa dove c’erano gli scogli, su cui le navi andavano a infrangersi e colavano a picco. Lì abitava Scilla: il mostro che mangiava i naviganti.
Quello di Scilla e Cariddi è un mito ancestrale che descrive ancora oggi la geografia e la geomorfologia dello Stretto di Messina ed è legato alla pericolosità delle sue correnti; per attraversarlo le grosse imbarcazioni devono essere guidate da un pilota locale, mentre i sommergibili militari vi possono transitare solo in navigazione superficiale.
Le continue correnti che percorrono lo Stretto trasportano nutrienti, dando vita a un ecosistema marino unico per biodiversità e colori. Le profondità del mare di Scilla sono ricoperte dalla prateria di corallo nero più estesa al mondo; più in superficie, gorgonie, coralli molli gialli e rossi creano un incredibile giardino subacqueo.
Il suo reef è infatti nell’elenco dei dieci siti di immersioni più belli del Mediterraneo e dei cento più belli al mondo.
Dove, secondo i Greci, abitava Scilla, una grande rocca domina l’omonimo borgo.
E Cariddi?
Cariddi non è in Sicilia, come spesso si pensa, ma è il punto dove si incontrano i mari.
Cariddi è il mare.
Testo e foto ©Scilla Nascimbene
Pubblicato sul n.308 di Itinerari e Luoghi – Marzo 2023, all’interno del reportage Cariddi è il mare, in collaborazione con Viral Passport e Reggio Calabria Welcome